da K, 28

Lo insuperbivano lo splendore della dentatura, la con­si­derazione che di lui avevano le colleghe e soprattutto i ri­scontri cronometrici. Non mancava mai un al­lena­mento. La mattina presto, prima di recarsi in ufficio, emer­geva dalla macchia compatta del parco, accelerava l’an­da­tura, sfiorava con esibita baldanza impiegati pallidi che si erano attardati in colazioni iperproteiche, con l’intento di umiliarli. Talvolta, nel periodo autunnale, si recava sul per­corso in collina per inoltrarsi in una nebbia vaga, pulvisco­lare. Dal fondovalle il rumore della città era un accordo invi­sibile e a tratti scono­sciuto. Nel diffuso biancore si inebriava rendendosi conto di non riuscire a vedere nulla a una di­stanza di tre o quattro metri e allora correva più veloce, ogni tanto inciampava sulle pietre del tracciato, riusciva a mante­nere l’e­quilibrio, sudava copiosa­mente. Al culmine dell’i­pos­sia si smar­riva, gli succe­deva sem­pre, ed era come se si ve­desse correre, come se l’identità si frantumasse e lui non esi­stesse più. A richiesta di chia­ri­mento dell’esperienza da parte di qualche parlante poco av­vezzo, risponde­va che in tali oc­casioni gli pareva di percepire il soffio delle sue vite prece­denti.

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