Senza rimedio non c’è salvezza, diceva sempre la bisnonna. Fatto sta che di stenti non ci moriamo, ma neanche si fa vita allegra, niente ricchi premi e cotillons. Si sogna tabarin, feste comandate, banchetti e balli in maschera, ma intanto, pure a malapena, si mette insieme il pranzo e un tozzo di pane secco da sgranocchiare a cena. Silvestri, che ora aiuto nei campi e a governare bestie sue, non mi paga che cinque lire bucate. Ancora me ne vuole per il pioppo che gli ho fatto tirare giù, pioppo che ha valutato in casse e casse di dobloni. Alla fine del mese, dice sempre la stessa frase: «Ben che ti va, scalo.» «Scala scala» dico io, ma mi vien voglia di fargli male sul serio, all’arrogante. Basta poco che ognuno si fa padrone, basta poco che tutti noi si diventa bestie da mangiatoia, galine a becchime. Ci pensa la piena del Tonagra a risolvere. Che piove da giorni, ce ne siamo accorti, viene giù che diolamanda, pare non voler smettere mai. Finisce che il fiume, su tutti i gangheri, rompe l’argine e tracima, e noi, che tanto distanti non siamo, tra i primi finiam travolti dalla piena. Che è notte me ne accorgo bene, perché quel grullo del Domo mi ha convinto a spegnere ogni lumino. La casa si fa guanto e le cinque dita dell’acqua si stringono a pugno intorno alle nostre fragili vite. Ci mangia vivi, ’somma. M’arrabbatto a tenermi a galla, arruzzato alla gamba del Domo, che non ha neanche provato a tirar fuori nerbo, a resistere. Lumicino, dal canto suo, manco s’è destato, ha continuato a dormire, forse sognando la su’ mamma bastarda. Io, unico sopravvissuto, mi risveglio invece tre giorni dopo, ricoperto di fango. Sono limo e melma, liquami e foglie marce, ho perso fattezze umane. Manco è l’alba che m’incammino pei campi, nella speranza che qualcuno, scambiandomi per un malintenzionato, un malfattore, un brigante, mi tiri di schioppo. Se mi va bene, alla prossima volta.
SENZA RIMEDIO, NON C’E’ SALVEZZA
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