da I GIORNI QUANTI (120)

“Per me le faccende degli angoli stanno così: se sono acuti sono buoni, se sono ottusi cattivi, e se stanno a novanta gradi c’è pareggio.” Erri De Luca

 

Non so perché ogni tanto mi affaccio. Lo faccio senza regola ma non per sgranchirmi. Perché mi aspetto che affacciandomi succeda qualcosa. Mi affaccio e subito i miei occhi cadono sotto il balcone, in piazza. Un vecchio e una vecchia ben vestiti. Il vecchio ha un piede sul paraurti di una elegantissima BMW blu. La vecchia ha giornali sotto il braccio e dal movimento della testa penso stia comunicando con lui concitatamente. In un primo momento (sono vestiti sobriamente) penso che l’auto sia loro. Poi, capisco che non può essere la loro (sono troppo vecchi, a lui gli è scappato il piede dall’appoggio). Ci riprova ma perde l’equilibrio e rischi questa volta di cadere. Sta inutilmente tentando di allacciarsi la stringa della scarpa sinistra. La moglie non lo aiuta, ha sobbalzi ogni volta che lui vacilla e continua a smuovere la testa concitatamente. Sfuggendogli il piede diverse volte ha perso la posizione giusta e adesso, è proprio alla fine della BMW, perdendo l’appoggio oscilla senza speranza prima di cadere, oscilla come la testa della vecchia, ma non cade perché un emigrato indiano lo immobilizza alle spalle, lo rimette in verticale con una mano. L’altra la tiene stretta ad una bambina di quattro anni, capelli lunghi e cerchietto verde smeraldo. Poi si abbassa, gli fa il nodo che lo rende di nuovo un uomo libero. Non sono sicuro se i vecchi ringraziano. Certo, non hanno fatto neppure una carezza alla bambina.

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