SETTE BUCHI

«E sì che ha fatto proprio un gran bel lavoro, Cosimino» dico e maschero disgusto, gli occhi che m’entrano-escono dai sette buchi della gamba di legno del Domo. «Bell’affare» dice lui mentre la indossa e assesta cinghie. «Ve’, quel cuoio là? Era del paniere del mi’ babbo» dico io con misurata affezione. Sento che sta per mandarmi a quel paese, ma si trattiene. Dominici, in fondo, ce l’ha la buona educazione, e il tempo di massaieria, del governare stoviglie e rammendar calzini, l’ha reso docile, l’ha ammansito nel parlare volgare, rifugge dallo scazzo e la cristonata. Io, invece, appena esco a raccattare tuberi ed erbe di campo per preparar pastone, ne tiro giù a bizzeffe, mentre mi protendo verso il cicorione e sottraggo ravanelli all’orto dell’Amalia. Nessuno mi sente, mastico amaro, e penso a che sfizio posso portare al Domo per tirarlo su d’animo e inorgoglirlo di palato. Ed è allora che vedo spuntare dalla stia poco distante le orecchie di un coniglio.

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