da I GIORNI QUANTI (114)

Cara, ieri sera siamo stati a prendere tempo con panelle arancinette e crocché di patate e una spruzzatina di Bavaria sotto il Biondo. Aspettavamo il maestro scendesse ma piazzetta Venezia era così bella e silenziosa e pulita che tutti e quattro, a un certo punto, avremmo messo la firma per rimanere lì, più o meno fermi, ad libitum. Avrei dovuto dire cinque. Perché il quinto di noi era un cagnetto silenzioso, sporco e nero ma ugualmente felice di ascoltare l’attesa. Era il cane del friggitorista che quando gli ho chiesto se “Piccolo” (così si chiama) era un bastardo mi ha risposto con una saggezza e una lungimiranza che non saranno mai mie, “è uno spinone ma per noi è soprattutto CHE CI SIAMO AFFEZIONATI”. Aveva le orecchie tese. Ascoltava tutto. Ascoltava con gli occhi. Ogni tanto si spostava dal marciapiedi alla sedia bianca, come una sentinella. Una signora che lo conosce bene, carezzandolo sotto il collo, l’ha chiamato “Nicu”.

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