QUELLA VOLTA ERA IL GHIACCIO SULLE ROCCE DEGLI ALTIPIANI ESTINTI

La prima volta che confidai negli artifici avevo davanti un libro, un quaderno e una penna ed ero analogico e ammutolito come chi, col vestito buono della domenica, si ritrovi a pestare una merda, e puzzare di pecora, o cavallo, a seconda dei contesti, con la sola alternativa della mutezza. Quella volta, però, era il ghiaccio sulle rocce degli altipiani estinti, ora diluiti sulle cime delle onde, e non avevo più che il fiuto addestrato agli odori, ora della pecora, ora del cavallo, a impegnarsi attento nella costruzione del ritmo. Qui le cose sanguinavano i codici. Dopo un po’, nei dispositivi, subentrava l’obsolescenza programmata. La prima volta che moltiplicai spazi, esistenza e persone ero diluito, qui e lì, e denutrito e depotenziato mentre lasciavo ogni volta un pezzo diverso nella geometria di un oggetto, disperso nei suoi processi di deriva programmata. Qui i bizantini avevano lasciato qualche occhio a mandorla e la seduzione per quelle piccole tessere che animano le cose. Invece, al parco, Grozio ammoniva gli altri bambini sulla necessità di darsi un appetitus concorde, ma loro, scostanti esoterici e ieratici, saltavano discordi attorno ai giochi, alle giostre laviche, arboree, mutando salti in regole senza destino, vestibili come l’aria nei giorni in cui si vede lontano e si accorcia la distanza con la disfatta. Un coro unanime di salti rinunciava alle regole comuni della scrittura e dalle zolle rivoltate si aprivano lo scontro, la vita, la negazione. Quella volta, però, era il ghiaccio sulle rocce degli altipiani estinti.

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