IL TRENTUNO DI DICEMBRE

Io e mia moglie. Nella nostra camera da letto. È la mattina del trentuno dicembre. Sia io che lei abbiamo l’abitudine di andare a lavorare anche in quel giorno. Ovviamente, stacchiamo all’una.

Tuttavia è già tardi e ci stiamo vestendo con una certa fretta, con un tal quale nervosismo.

All’improvviso mia moglie sbotta:

“Allora…?”

“Allora che?”

“Cosa fai stasera, no?”

“Quello che faccio tutti gli anni”.

“Un’altra volta! Io proprio non ti capisco…”

“Non ti chiedo di capirmi ma di avere completa fiducia in me”.

 

Le tre del pomeriggio. Ho mangiato qualcosa e ora sono sul letto, col giornale fra le mani, ma mi sto appisolando. Bene. Non mi dispiacerebbe dormire un paio d’ore. Questa notte sarà lunga.

Da un’altra stanza mia moglie grida:

“In questa casa non funziona niente!”

Non so a cosa si riferisca e, a esser sinceri, me ne importa ben poco. Il fatto è che mi ha risvegliato completamente e che mi sarà difficilissimo, pressoché impossibile, riprender sonno.

Per di più mi è venuto un mal di testa che non mi dà requie.

 

Me ne sto raggomitolato sul divano, in una posizione un po’ fetale, un po’ da rifiuto del mondo.

Fortunatamente non è più presto. In televisione, il presidente della repubblica sta parlando. Lo seguo in modo vago. Il trillo — particolarmente stridente, mi sembra — del citofono. Sono gli amici che vengono a prendere mia moglie. Adesso lei è davanti a me. È tutta vestita d’un nero compatto e lucido, che le dona molto. Nere sono le scarpe scollate dall’alto tacco esilissimo, nere le calze, nero il vestito lungo, semplice ma perfettamente tagliato, neri i suoi capelli raccolti a crocchia dietro la nuca che le lasciano libera la fronte limpida e spaziosa. A contrasto, solo una grande spilla in oro bianco; vagamente, ma molto vagamente, a forma di farfalla, appuntata all’altezza del seno. È esagitata, rabbiosa. Il che ai miei occhi la rende ancora più bella, ancor più desiderabile. Mi dispiace davvero farla soffrire ma non posso spiegarle troppo bene quello che ho da fare.

“E se stasera ti mettessi le corna?”

“È un rischio che devo correre”.

“Ma va’ a quel paese, va’!”

Infila cappotto cappello e guanti ed esce rapidissima, quasi trafelata, sbattendo la porta.

 

Un gran silenzio in casa. Sono solo. Un lungo brivido gelido. Magari ho la febbre. Mi prende la voglia di rimanere lì a stiracchiarmi, a non far nulla. Una certa sonnolenza m’invade dolcemente.

Ma devo riscuotermi. Devo andare. È impossibile che stanotte manchi proprio io.

 

In macchina. Sulla mia BMW bordeaux. Altre automobili sono già rare, le strade quasi deserte.

In compenso, sono tante e tanti le finestre e i balconi vivacemente, allegramente illuminati. E la notte è fredda e profonda ma limpida. Comincio a sentirmi a mio agio. Divento calmo e lucido. Abbandono il mio quartiere. Arrivo a Piazza Lodi. La tangenziale. Proprio mentre sto per lasciare anche quella noto sulla mia sinistra, oltre le mura del Verano, le tristi e deboli fiammelle della luce perpetua che ardono davanti ai loculi. Mi prende una fantasia — magari banale, ve lo concedo — ma per me irresistibile. Cosa si proverà ad attendere il nuovo anno passeggiando fra i tetri viali e i mesti colombari del cimitero monumentale chiuso, dove non c’è nessun’altra anima viva all’infuori della tua? Certo, il minimo fruscio ti spaccherebbe il cuore…

 

Adesso sono sulla Tiburtina. Con quella sua aria di perenne riordino, di eterna messa a punto. Ancora i blocchi di cemento a delimitare le corsie! Ma quando li sostituiranno con dei guardrail in lamiera? Trionfali invece i palazzi che celebrano il gioco d’azzardo, coi loro nomi insieme clamorosi e scontati: Las Vegas, Manhattan, Hollywood oppure Samarcanda, Babilonia… Vere e proprie cattedrali avvolte in un delirio di luci violente.

Probabilmente non mi piacciono però mi eccitano. Accelero. Divento impaziente di raggiungere la meta.

 

Sulla destra una costruzione vasta, tozza, linearmente, rozzamente squadrata. Sterzo nella sua direzione. Davanti a lei un ampio parcheggio semivuoto. Scendo dalla macchina e salgo una breve scalinata. Una filiale di banca. Un bar. Una specie di rosticceria con offerte a prezzo fisso.

È tutto chiuso. Poco più in là una piccola fila — quindici venti persone — confusa e irrequieta.

Mi mescolo a loro. Di fronte a noi una porta in metallo dipinta di azzurro sormontata da una scritta a grandi lettere parimenti azzurre tutte in maiuscolo: PARADISE. Comincio a guardarmi intorno. C’è un vecchio: occhi cisposi, barba bianca scarruffata, un cappotto verde e un borsalino marrone che certo hanno visto giorni migliori. Sicuramente è oltre la settantina. Magari vicino agli ottanta. Noto anche che porta la fede. Sta parlando con un nanerottolo dalla testa sproporzionata, vecchio come lui.

“Ah! Ah! Chissà se riusciamo a iniziare l’anno nuovo inzuppando il biscotto!”

C’è un giovanotto sulla trentina, abbastanza alto, magro magro, col petto incassato, una sorta di piccola gobba fra le scapole che si distingue bene anche sotto il giubbotto, diverse ciocche bianche fra i capelli già diradati. I baffetti, invece, sono impeccabilmente neri.

“È chiaro che Alina vorrebbe mettersi con me, lo capisco da tante cose” dice a un suo amico al contrario grassoccio, con una faccia unta e vagamente foruncolosa, sormontata da una spessa zazzera biondiccia che sembra una parrucca, anche se con ogni probabilità non lo è. Questi lo sta ad ascoltare con un’espressione stupidotta e quello continua:

“Devo dirti che, in fondo in fondo, è una ragazza molto sensibile e non me ne importa niente del mestiere che fa. Ma sono ancora troppo giovane! Questi anni voglio godermeli tutti! Voglio cambiare ragazza ogni settimana!”

C’è poi un uomo di rara bruttezza. Alla luce dell’insegna del locale ha un colorito terreo, il naso adunco, i capelli stopposi. Avrà quarant’anni. Accompagna un ragazzo molto più giovane, dai tratti, invece, persino graziosi, che è su una sedia a rotelle. E che deve essere un tipo molto spiritoso. Infatti ha sussurrato qualcosa che non sono riuscito ad afferrare all’uomo brutto e lui ora si sta scompisciando dalle risa. Questi sono quelli venuti in compagnia. Tutti gli altri sono dei solitari dall’aria un po’ più malinconica. Esattamente come me.

 

Sono ormai le dieci e tre quarti e il gelo si va facendo sempre più tagliente. A un tratto la porta si apre. Ne esce un negro tutto lindo e pinto, con cravatta e impeccabile completo blu scuro.

“Le luci sono ancora accese. C’è da aspettare un altro po’!” proclama seccamente e richiude.

La nostra pazienza è davvero grande. Il vecchio comincia a canticchiare una cosa stranissima, che mi sembra di non aver mai sentito. Forse è una sua invenzione originale:

“Era meglio restare nel cestello

Era meglio restare nel cestié

Stavo lì insieme a mio fratello

E la mamma preparava un bel frappè”

Poi riprende a chiacchierare coll’altro vecchio.

“Sapessi quanti inviti ho ricevuto per stasera! Mi voleva mia figlia, mi voleva mio cognato! Pensa: Adele, mia moglie, è morta ormai da dieci anni e lui ancora mi telefona. Si ricorda bene tutti i trentun dicembre passati insieme quando lei era ancora viva! Mi dice sempre: senza di te, senza la tua allegria, le tue battute, l’ultimo dell’anno per me non è più quello. Io gli rispondo: mi dispiace tanto ma da te ci sono solo donne vecchie e io ho bisogno di carne fresca!”

Riprende a canticchiare la sua nenia:

“Era meglio restare nel cestello…”

Finalmente la porta si spalanca. C’è da mostrare un documento e compilare una specie di tessera.

Le operazioni si svolgono in modo lento e confuso ma alla fine riusciamo a entrare.

Sulla sinistra, il bancone del bar e, su un grande tavolo colla tovaglia bianca, un buffet abbastanza ricco, nel quale spiccano molte bottiglie di spumante. Nel bel mezzo della sala due serie di divanetti disposti a semicerchio intorno ad altrettanti piccoli palchi rotondi, ognuno con un palo d’acciaio al centro. Più in là tanti altri divanetti quasi completamente immersi nel buio.

In fondo, alcuni locali dall’aria misteriosa e ambigua, delimitati da tendaggi spessi, pesanti, piegosi. Una decina di ragazze con abiti da sera piuttosto improvvisati, che parlano italiano con un forte accento dell’Europa dell’Est. Ci avvicinano subito. Ci chiedono di offrir loro qualcosa da bere. Alcune sono davvero belle, altre no.

 

Musica languida. Il primo strip. Di una rossa devo dire niente male. Ma ormai è quasi mezzanotte. Si riaccendono tutte le luci. Un tizio, un po’ intrattenitore, un po’ disc jockey, comincia a scandire: “meno cinque… quattro… tre… due… uno! È iniziato l’anno nuovo!”

Le ragazze stappano clamorosamente le bottiglie di spumante e riempiono i nostri bicchieri in plastica rossa. Gli auguri reciproci. È il pretesto per sentire il loro profumo, abbracciarle, baciarle e farsi baciare.

 

Ci invitano a uscire per i botti. Raggiungiamo una specie di terrazzino. Nello slargo sottostante il tizio di poco fa, adesso pure artificiere, sta accendendo la miccia di molti bomboloni fuorilegge. Poi scappa subito via. Di lì a poco un moltiplicarsi e accavallarsi di scoppi altissimi, violenti, laceranti. Intanto, tutt’intorno a noi, nella città, zampillano — infiniti, irrefrenabili — i fuochi d’artificio. Quindi s’espandono — chiassosi, rutilanti — fin quasi a cancellare la tenebra notturna fino a poco fa così compatta… Le ragazze stappano altre bottiglie che hanno portato con loro e versano e si versano nuovo spumante con grande generosità. Si mettono a saltare strillare cantare. Molti gli vanno dietro. Una sorta di ebbrezza allegra e stordente ci pervade tutti.

 

Poi, abbastanza all’improvviso, gli scoppi s’interrompono. I fuochi smuoiono, si disperdono, si dissolvono, reinghiottiti dal buio che torna a vincere.

Una delle ragazze belle — capelli neri e occhi celesti, un volto dall’incarnato vivido, un seno sodo e vivace che continua a intravedersi sotto l’abito da sera nonostante la pelliccetta artificiale che lei si stringe addosso per proteggersi dal freddo — sta parlando con il giovane dalla piccola gobba.

“Amore… adesso tu mi offri qualcosa e poi facciamo table doppia… va bene?… sì?”

“Ma certo! È l’inizio dell’anno e voglio concederti tutto! Anche tu, però, devi essere generosa!”

“Sta’ tranquillo, amore… facciamo table tenera tenera…”

“Brava!”

E il giovane dalla gobba piccola trova lo slancio per afferrarla alla vita e baciarla con avidità sul collo.

Una biondina dall’aria molto dolce accarezza il ragazzo sulla sedia a rotelle e cerca di convincerlo:

“Come facciamo? Io e inserviente ti prendiamo e mettiamo su bella poltrona comodissima… poi vengo io sopra te. Se pagate per due può star lì anche tuo amico… e magari partecipa pure lui…”

Il vecchio canterino e quello dalla capoccia spropositata sono stati agganciati da una ragazzona — questa poi non così bella — ma assai gioviale, invitante, ciarliera, e con modi un po’ da popolana, che certo risvegliano antichi ricordi nei due. Infatti si sentono incoraggiati e cominciano a fare qualche piccola avance, timidi come ginnasiali del tempo che fu.

Mi sto godendo quello che mi circonda quando, all’improvviso, noto un uomo dai capelli tagliati bene, un bel cappotto bianco di vera lana, calzoni di velluto a coste beige, scarpe in scamosciato marrone chiaro nuove nuove, un fresco viso ben rasato nonostante sia tutt’altro che giovane. Ma è soprattutto l’aria che ha, troppo leggera e serena, a colpirmi. A turbarmi, in qualche modo.

 

Rientrati, c’incrociamo di nuovo. Ora è lui a guardarmi con grande attenzione. Sorride.

“Permette le offra qualcosa?”

“Non sono certo una bella ragazza ma se vuole…”

Coi nostri bicchierini colmi di liquore andiamo ad accomodarci su uno dei divanetti in fondo, quelli quasi completamente immersi nel buio.

Il mio uomo assapora con voluttà un sorso di Remy Martin e “Voglio raccontarle una storia che credo la interesserà”

“Lo penso anch’io. Mi dica”.

“Una ventina d’anni fa passai una delle peggiori crisi della mia vita. L’azienda — avevo e ho una piccola impresa edilizia — andava male. Un finanziamento bancario su cui contavo alla fine non mi fu concesso. I litigi colla mia prima moglie erano continui. Lei decise di rompere e se ne andò via coi miei due figli — un maschio e una femmina — appena adolescenti. Ormai non avevo più un soldo. Tiravo avanti con un piccolo prestito di cinquecentomila lire dovuto a un mio cugino davanti al quale ero scoppiato a piangere. Ma fino a quando? L’angoscia dilagava e mi bloccava. Intanto erano arrivate le feste. Passai da solo, come una bestia ferita, Natale e Santo Stefano. Non avevo voglia di vedere nessuno e decisi di rimanere a casa anche l’ultimo dell’anno. Tanto, mi dissi, è una sera come un’altra. Solo che fin dal primo pomeriggio mi prese uno sconforto totale, una depressione senza rimedio. Mi sembrava che stesse finendo tutto e che forse non era sbagliato accelerare la fine… Mille volte ribadii a me stesso la mia decisione di restare a casa ma, fortunatamente, nel profondo, s’agitava qualcosa che non riusciva a rassegnarsi. Persino con certo mio stupore feci il contrario: verso le dieci trovai la forza per uscire, montare in macchina e venire proprio qui, in questo locale, dove ero già stato qualche volta. Non c’era bisogno di nessuna prenotazione: semplicemente mi mischiai agli altri che stavano aspettando l’apertura. Feci amicizia con un giovanottino che mi parlò a lungo delle ragazze che gli piacevano di più, di quelle che sperava di incontrare anche fuori di lì. Poi litigai con uno che, mentre ero andato a prendermi un altro bicchiere di spumante, aveva rubato il mio posto in prima fila, proprio sotto il palco degli spogliarelli, riconquistandolo alla brava. Riuscii perfino a essere scherzoso e galante con le non poche fanciulle che mi avvicinavano proponendo consumazioni o table e che io ero costretto a rifiutare a causa del miserrimo budget a mia disposizione per la serata. Mi sembrò che non mi detestassero troppo. Intanto il tempo scorreva via, gradevole e velocissimo. Erano le quattro del mattino, tra un po’ avrebbero chiuso. Decisi di tornare a casa. Mi accorsi di aver completamente scordato la mia terribile situazione che ora non mi dava più ansia. Addirittura, quando mi misi alla guida dell’auto, ero vagamente allegro. Rientrato, mi gettai sul letto e dormii fin quasi al mezzogiorno del primo Gennaio. Pranzai distraendomi un po’ con la televisione. Poi, non appena tornò il buio, uscii e feci una lunghissima passeggiata solitaria nel mio quartiere ancora deserto. Ripresi a pensare alla mia situazione. Solo che adesso ero capace di valutare con tranquillità i pro e i contro e mi vennero alcune idee. Tutto gennaio fu terribile, certi giorni saltai addirittura il pranzo ma alla fine riuscii ad accaparrarmi un nuovo, grosso lavoro. Ricordo perfettamente quel cinque di febbraio in cui andai a versare sul mio conto ormai quasi a secco l’assegno d’anticipo: era di sette milioni. Mi veniva da piangere per la contentezza”.

Infatti l’uomo sembra commuoversi.

“Se permette, mi gusto un altro sorso di cognac”.

“Prego”.

Assapora lentamente il liquore, rimane in silenzio per un dieci quindici secondi, infine ricomincia:

“Da allora, anche se non frequento affatto il locale, passo immancabilmente la notte del trentun dicembre qui. È una specie di cerimoniale di buon augurio per il nuovo anno. La mia seconda moglie, con cui ho un rapporto molto profondo e di cui sono ancora molto innamorato nonostante sia ormai anziana, non riesce a darsene pace, non ce la fa ad accettare questo mio piccolo segreto. E, come non accade praticamente mai, diviene rabbiosa, quasi violenta nei miei confronti. Il problema è che esser di solito sinceri con la donna della propria vita non significa poterle dire tutto. Se io le descrivessi un posto come questo, lei istintivamente, inevitabilmente penserebbe che io vengo qui per una ragazza. Non crederebbe mai alla verità e cioè che io vengo qui non per le donne ma per i loro clienti. Vede… la mia situazione è totalmente diversa da quella di vent’anni fa. Ora è molto solida, vuoi dal punto di vista economico vuoi dal punto di vista umano e sentimentale. Ormai ho sessantasette anni: potrei vendere bene la mia azienda, andarmene in pensione e vivere decentemente senza fare più nulla. Solo che… solo che proprio col sopraggiungere delle feste di Natale — nelle quali, per tante ragioni, sei costretto a fare le solite cose: la vigilia col padre di mia moglie che è ancora vivo e ha uno splendido appartamento in centro; il Natale con mio figlio Rodolfo, anche lui con bella casa e bella carriera e bella famiglia; Santo Stefano con mia figlia Eleonora, anche lei bella casa bella carriera bella famiglia — sono preso da un tedio insopportabile, che ben presto si trasforma in disgusto per me e per la piccola vita borghese che porto avanti e di cui, peraltro, non saprei fare a meno. Le confesso che ho dentro un fondo di viltà che mi ha sempre precluso qualsiasi soluzione troppo avventurosa. E quindi mi viene da dire una cosa atroce, che non si dovrebbe dire mai: ecco, comincia un altro anno (che sarà perfettamente identico a quello precedente). Per fortuna, il trentuno, mi rifugio qui a fraternizzare col tipo speciale d’umanità che vi s’incontra. Quando vedo l’handicappato, il deforme, il vecchio, di cui nessuna donna decente s’innamorerà mai e che magari è anche un poveraccio, un disperato senza neppure i soldi per pagarsi degli extra fuori dal locale che le ragazze concederebbero volentieri (lo so che oggi non si dovrebbe parlar così, non si dovrebbe dire la verità, ma mi lasci avere un po’ di coraggio almeno in questo) e che però riesce, come me tanti anni fa, ad abbandonare la sua tana e ad aggrapparsi a quel poco, a quel pochissimo, a quel niente che però è tutto ciò che una vita miserabile gli offre, e che ce la fa ad andare avanti in qualche modo e a passare da un anno all’altro… bene, io non posso fare a meno d’identificarmi in lui e continuare a imparare da lui. È come se mi ricaricassi. E, nella seconda parte del cerimoniale di buon augurio — la lunga passeggiata serale del primo in una Roma pressoché deserta —, quando rifletto sulle mie prospettive il tedio e il disgusto non esistono più. Tutt’altro: sono addirittura sopraffatto dalla sensazione che il nuovo anno mi porterà grandi ed entusiasmanti cambiamenti”.

“Ma non è mai sfiorato dall’idea che possa trattarsi di un’illusione?”

“Certo. Però è un’illusione e, insieme, non lo è. Che alla mia età possa capitare chissà quale svolta è altamente improbabile; nondimeno, anche per chi ha i miei anni, se è ancora capace di accostarsi alle cose col giusto carico di desideri vivi e urgenti, costui — non tema — riuscirà a strappare qualche piccola novità soddisfacente ai giorni a venire”.

Avevo l’impressione di rispecchiarmi in un altro me stesso, solo un po’ più anziano. Un senso di profonda fraternità, d’intimità radicale. Poi, un gran rilassamento dolce dolce. Il gusto della pace piena dentro.

Ma l’altro riprende:

“Non vogliamo fare anche noi il nostro dovere?”

“E qual è?”

“Pagare almeno da bere alle ragazze che ci piacciono di più”.

“Mia moglie è giovane e bella, ne sono ancora innamorato e non ho nessuna voglia di farle un torto”.

“Nessun torto. Semplicemente, mi sembra giunto il momento di concludere con una tranquilla chiacchierata a quattro questa bella festicciola per il trentun dicembre”.

Invitiamo al nostro tavolo due ragazze molto carine. Non le tocchiamo quasi per nulla e offriamo un bel po’ di drink. Sono al settimo cielo. Anche per loro l’anno nuovo comincia in modo assai promettente: stanno guadagnando bene facendo pochissimo.I

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