Ho fatto un’immensa fatica per abituarmi alla vita. Mi ricordo, appena nato, come ho dovuto sforzarmi per capire: sei vivo, esisti. Ero frastornato. Non capivo cosa mi stesse succedendo, da dove arrivavo. E anche dopo, anno dopo anno, è stato difficile abituarmi a una condizione che ancora oggi continua a sembrarmi nuova, cioè strana, direi quasi “provvisoria”. Finalmente, bene o male, ero però riuscito a farcela, ad abituarmi, o comunque ad accettare questa mia particolare situazione di esistente in vita o come cavolo la volete chiamare; e all’improvviso ti presenti tu, col tuo faccione impudente da medicozzo saputo, e mi dici che devo tornarmene là. Là da dove sono arrivato e che ormai non ricordo più cosa e dove fosse. Che devo fare il cammino al contrario, mi dici. Lasciare questi luoghi, questi tempi e scomparire. Ma io oramai voglio continuare. Voglio restare dove ho piantato le tende. Continuare a nascere, continuare a bere vino, guardare you porn, candidarmi alle elezioni. Voglio leggere tutto Platone. Continuare a nascere, voglio; non abituarmi a morire.
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